Dall’unità odorimetrica europea all’olfattometria dinamica: capire come viene trasformato un odore in un dato misurabile e quali strumenti vengono utilizzati per valutarne l’impatto sul territorio

Le emissioni odorigene sono emissioni in atmosfera caratterizzate dalla presenza di sostanze o miscele capaci di provocare una percezione olfattiva. Possono provenire da depuratori, allevamenti, impianti di trattamento dei rifiuti, industrie chimiche, attività agroalimentari e numerosi altri processi produttivi.

Ma come si misura qualcosa di apparentemente soggettivo come un odore?

È una delle domande centrali nella gestione delle molestie olfattive. La risposta è più complessa di quanto possa sembrare perché misurare un odore non equivale semplicemente a determinare la concentrazione di una sostanza chimica nell’aria.

Un odore può essere prodotto da una miscela composta da decine o centinaia di sostanze differenti. Alcune possono essere percepite dall’uomo anche a concentrazioni estremamente basse.

Per questo sono state sviluppate metodologie specifiche che permettono di trasformare la percezione olfattiva in un dato ripetibile.

Emissioni odorigene: perché non basta un’analisi chimica

Immaginiamo di prelevare un campione d’aria vicino a un impianto industriale.

Un laboratorio può analizzarlo attraverso differenti tecniche e individuare i composti chimici presenti.

Potrebbe trovare, ad esempio, ammoniaca, idrogeno solforato, mercaptani, acidi organici o composti organici volatili.

Queste informazioni sono estremamente importanti, ma non rispondono necessariamente a una domanda diversa:

quanto è forte l’odore complessivo percepito da una persona?

Due sostanze presenti alla stessa concentrazione possono infatti avere soglie olfattive molto differenti. Inoltre, quando più molecole sono presenti contemporaneamente, la percezione della miscela può essere diversa da quella dei singoli componenti.

Per misurare direttamente la concentrazione di odore viene quindi utilizzata soprattutto l’olfattometria dinamica.

Cos’è l’olfattometria dinamica

L’olfattometria dinamica è una metodologia standardizzata nella quale il campione di aria viene presentato, dopo opportune diluizioni, a un gruppo selezionato di esaminatori umani.

Il riferimento tecnico è la EN 13725:2022, dedicata alla determinazione della concentrazione di odore mediante olfattometria dinamica e alla portata di odore.

Il Laboratorio Olfattometrico del Politecnico di Milano descrive il principio in maniera molto chiara: gli esaminatori funzionano, di fatto, come sensori biologici.

Non si chiede loro se l’odore sia piacevole o sgradevole e nemmeno di identificarlo.

Devono stabilire quando riescono a percepirlo.

Come avviene concretamente la misura

Il campione odorigeno viene raccolto alla sorgente attraverso sistemi e materiali idonei e successivamente portato in laboratorio.

Qui entra in gioco uno strumento chiamato olfattometro.

L’olfattometro miscela progressivamente il campione con aria neutra, producendo differenti livelli di diluizione.

Inizialmente il campione può essere talmente diluito da risultare impercettibile. La quantità di aria odorosa viene poi progressivamente aumentata.

Gli esaminatori segnalano quando iniziano a percepire un odore.

Attraverso le risposte del panel viene determinata la soglia di rivelazione olfattiva: il punto nel quale il campione, dopo la diluizione, tende a essere percepito dal 50% degli esaminatori.

Il risultato viene espresso attraverso un’unità specifica.

Cosa significa ouE/m³

La concentrazione di odore viene espressa in:

ouE/m³ – unità odorimetriche europee per metro cubo.

È uno dei valori che ricorreranno più spesso negli articoli di OdorNext.

In termini pratici, il numero indica quante diluizioni con aria neutra sono necessarie affinché il campione raggiunga la soglia di percezione olfattiva.

Il Laboratorio Olfattometrico del Politecnico di Milano utilizza un esempio concettualmente molto semplice: maggiore è il numero di diluizioni necessarie, maggiore è la concentrazione di odore del campione originale.

Se un campione deve essere fortemente diluito prima di raggiungere la soglia di percezione, significa che inizialmente possedeva una concentrazione odorimetrica elevata.

Questo valore non deve però essere confuso con la concentrazione chimica di una sostanza.

1.000 ouE/m³ non significa che nell’aria siano presenti 1.000 milligrammi di un determinato composto.

Sono due misure completamente differenti.

Chi può far parte del panel

Un altro equivoco frequente riguarda le persone che partecipano alle prove.

Non vengono semplicemente chiamati alcuni volontari e invitati ad annusare il campione.

Gli esaminatori devono essere selezionati e verificati secondo criteri definiti dalla norma tecnica, in modo da ottenere una risposta olfattiva sufficientemente standardizzata.

Questo serve a ridurre uno dei problemi inevitabili dell’olfatto umano: la sensibilità varia da persona a persona.

C’è chi percepisce determinati odori a concentrazioni molto basse e chi necessita di concentrazioni superiori.

L’utilizzo di un panel selezionato e di procedure standardizzate permette di rendere il risultato ripetibile e confrontabile. Il laboratorio del Politecnico di Milano, ad esempio, partecipa anche a circuiti internazionali di ring test per verificare accuratezza e ripetibilità delle misure.

Concentrazione di odore e portata di odore non sono la stessa cosa

Conoscere la concentrazione espressa in ouE/m³ non è sempre sufficiente per comprendere l’importanza di una sorgente.

Bisogna considerare anche quanta aria viene emessa.

Una sorgente caratterizzata da una concentrazione molto elevata ma da una portata estremamente ridotta può avere un comportamento diverso da una sorgente con concentrazione inferiore ma capace di emettere enormi volumi d’aria.

Per questo viene utilizzato anche il concetto di portata di odore, che mette in relazione la concentrazione odorimetrica con la portata volumetrica dell’emissione.

La EN 13725:2022 comprende espressamente sia la determinazione della concentrazione di odore sia quella della portata di odore.

Dal camino alle emissioni diffuse

Non tutte le sorgenti sono uguali.

Un camino è una sorgente puntuale: l’aria viene convogliata attraverso un punto relativamente ben definito.

Molto più complicato può essere caratterizzare una grande vasca di depurazione, un cumulo di compost o una superficie di materiale organico.

Esistono inoltre sorgenti diffuse o fuggitive, nelle quali l’emissione può verificarsi attraverso aperture, porte, finestre o dispersioni non convogliate.

Il metodo di campionamento deve quindi essere scelto in funzione della tipologia di sorgente.

È uno dei motivi per cui la gestione delle emissioni odorigene richiede competenze che vanno ben oltre la semplice analisi del campione.

Misurare alla sorgente non dice automaticamente cosa sente un cittadino

Questo è probabilmente il concetto più importante.

Supponiamo che un camino presenti una determinata concentrazione odorimetrica.

Quel valore non coincide con la concentrazione che arriverà automaticamente alle abitazioni circostanti.

Dopo l’emissione entrano in gioco dispersione atmosferica, vento, stabilità dell’atmosfera, temperatura, altezza della sorgente, caratteristiche del territorio e distanza dei recettori.

Per valutare le ricadute vengono quindi utilizzati anche modelli di dispersione atmosferica.

Gli indirizzi nazionali sulle emissioni odorigene adottati dal Ministero dell’Ambiente affrontano proprio la necessità di valutare le sorgenti in relazione al territorio e ai recettori potenzialmente esposti.

Nasi elettronici e sistemi strumentali

L’olfattometria dinamica non è l’unica tecnologia disponibile.

Negli ultimi anni si sono diffusi gli Instrumental Odour Monitoring Systems (IOMS), categoria nella quale rientrano differenti sistemi strumentali destinati al monitoraggio degli odori.

Tra questi troviamo i cosiddetti nasi elettronici.

A differenza del panel umano, questi dispositivi utilizzano array di sensori e sistemi di elaborazione per riconoscere determinate impronte odorigene.

Possono essere particolarmente interessanti per il monitoraggio continuativo, perché permettono di osservare l’evoluzione di un fenomeno nel tempo.

Non sostituiscono automaticamente l’olfattometria dinamica: forniscono informazioni differenti e possono essere utilizzati in maniera complementare.

E poi ci sono i cittadini

C’è infine un altro “sensore” distribuito sul territorio: la popolazione.

Diverse Agenzie ambientali hanno sviluppato sistemi attraverso i quali i cittadini possono segnalare in tempo reale un episodio odorigeno.

L’accumulo delle segnalazioni permette di individuare orari, aree geografiche e frequenza degli episodi, dati che possono poi essere confrontati con vento, attività degli impianti e risultati del monitoraggio.

Il dato partecipativo non equivale a una misura olfattometrica, ma può essere molto utile per individuare eventi intermittenti e indirizzare i controlli.

Cosa prevede la normativa italiana

In Italia un riferimento centrale è l’articolo 272-bis del D.Lgs. 152/2006, dedicato espressamente alle emissioni odorigene.

Nel 2023 il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha inoltre adottato gli Indirizzi per l’applicazione dell’articolo 272-bis.

Il documento costituisce un riferimento tecnico per le autorità competenti e affronta aspetti che vanno dalla valutazione delle emissioni fino al rapporto tra sorgenti e recettori.

Gli indirizzi sottolineano anche l’importanza di un coordinamento con la pianificazione territoriale e urbanistica, affinché la presenza di sorgenti odorigene significative venga considerata nella gestione del territorio.

Un odore non è un numero solo

Quando leggiamo che un campione presenta una concentrazione di 500, 5.000 o 50.000 ouE/m³, quindi, quel numero racconta soltanto una parte della storia.

Per comprendere il possibile impatto sul territorio bisogna sapere da dove proviene il campione, quale portata ha la sorgente, per quanto tempo emette, quali sono le condizioni meteorologiche, dove si trovano i recettori e quali altre sorgenti sono presenti nella zona.

È per questo che la gestione delle emissioni odorigene utilizza strumenti differenti: olfattometria, analisi chimiche, sistemi strumentali, modellistica atmosferica, monitoraggio territoriale e segnalazioni della popolazione.

L’odore parte da una percezione umana. La sfida tecnica consiste nel trasformarla in dati sufficientemente solidi da capire dove nasce il problema, quanto è rilevante e quali interventi possono ridurlo.


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